RECENSIONI WEB
Blake/e/e/e - BORDER RADIO
Unhip Records (Audioglobe)
Release date: October 10, 2008
Sentire Ascoltare n°48, Ottobre 2008
di Gaspare Caliri
Non è facile cambiare ascolti e trasmettere l'evento nella propria musica, né addestrare le proprie abitudini compositive alla luce della felice scoperta dell'altro. Eppure i Blake/e/e/e, nuova ragione sociale post-Franklin Delano, ci hanno convinto, nel loro rimescolamento delle carte.
Quali carte? Holy Dub, l'apertura di Border Radio, è tutta dedicata alle conquiste di profonda Giamaica che furono del post punk inglese di fine Settanta; un basso dub che ricorda da molto vicino i Public Image Ltd e che suggerisce, come prima impressione, che Paolo Iocca e Marcella Riccardi abbiano semplicemente attraversato l'Oceano Atlantico, per rifugiarsi in quella onda reynoldsiana. Nient'affatto. O meglio, non solo; l'infilata di brani che segue squaderna un universo di scrittura indie che profuma ancora di folk, anzi sarebbe meglio dire "folks", se il plurale non creasse imbarazzi e ambiguità lessicali. E però è una delle maniere per dire che il polso dei Blake/e/e/e pulsa ancora di post-folk, se però in mezzo a quello anglosassone abbracciamo una coralità "etnica" di variegata provenienza, veicolata da strumenti anche molto lontani dalla sola scena americana -derbouka e altre percussioni etniche, ma anche elettronica - da una quantità di chitarre elettriche ridotta quasi a zero, e da tanti intrecci vocali che convocano piccoli mondi senza tempo, lontani dal monocromatismo di un folklore unico. Gli strumenti - mai usati con approccio barocco, sempre approcciati con pochi tocchi - sono catalizzatori di particolari, il cui assembramento è forse il vero nodo concettuale di questo disco. Dal canto suo, il dub scompare e ricompare, si libra o contrasta altre strutture (Holy Yes To The Sunny Days); in Dub-Human-Ism le tastiere che furono di Richard Wright e dei Sessanta vengono presentate al basso profondissimo dalle melodie dei cori incrociati, fino a lasciare a quello tutto lo spazio, combinato con una batteria che sa tanto di drum machine alla Bela Lugosi's Dead e il solito synth che sembra uscire dal Metal Box. La title-track profuma invece di estremo oriente, e in generale la miscela di Border Radio è fatta di pause speziate che danno respiro a una rinnovata freschezza, da cui emerge un tocco, condiviso dai Father Murphy (Narrow Zone), che a sua volta è una spezia. Il sapore è indefinibile; la si può descrivere con un giro di parole, che racconta di un qualcosa che alcuni gruppi italiani hanno, di mediterraneo forse, una predisposizione a ibridare con la propria sensibilità, nessun interesse a prediligere le proprie tradizioni... (7.1/10)
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